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In nome di mia figlia

24/02/2017 21:15

In nome di mia figlia - Teatro Magnetto

Titolo IN NOME DI MIA FIGLIA (Au nom de ma fille – Francia – Germania – 2015)
Regia Vincent Garenq
Interpreti Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Marie-Josée Croze, Fred Personne
Soggetto Vincent Garenq
Sceneggiatura Julien Rappeneau, Vincent Garenq
Fotografia Renaud Chassain
Costumi Marie-Laure Lasson
Scenografia François Abelanet
Musica Nicolas Errèra
Montaggio Valérie Deseine
Durata 1h 27min

Il Film

Anche il dolore può dare i suoi frutti, diventando un’arma potentissima. Disperato per la perdita della figlia adolescente André Bamberski dedica 30 anni della sua
vita alla ricerca delle prove necessarie a inchiodare Dieter Krombach, stimato medico tedesco che lui ritiene colpevole della morte della ragazza. Il film è basato
su un fatto di cronaca del 1982.

Il Regista

Vincent Garenq, regista e sceneggiatore prima di passare al cinema sul grande schermo ha diretto alcuni cortometraggi e numerosi documentari e fiction per la
televisione. Nel 2007 ha realizzato il suo primo lungometraggio “Baby Love” (2008), seguito da “Présumé coupable” (2011).

Commenti dei critici

Sempre più spesso il cinema chiede aiuto alla cronaca per trovare delle storie capaci di attirare il pubblico, quasi che la finzione ammettesse il proprio «fallimento» di fronte alla forza della realtà. E non per farsi affascinare da qualcosa di strano, di sorprendente o inaspettato ma piuttosto per trovare quella concretezza che solo le storie vere sembrano possedere. Come quella di André Bamberski, che ha lottato testardamente per trent’anni prima di ottenere giustizia per la morte della propria figlia. Una storia che potremmo anche archiviare sotto l’etichetta di «mala giustizia» e dimenticare in fretta insieme a tanti altri casi di disfunzionamento legislativo ma che il buon cinema sa dotare di un fascino e di una forza capaci ancora di appassionare. (…)

(Paolo Mereghetti – Corriere della Sera – giugno 2016)

Vincent Garenq è, per questi anni, un po’ quel che era il suo connazionale André Cayatte per i ‘50: un regista di film con al centro qualcuno che si batte, da solo,
contro le storture della giustizia. (…) Il film si concentra tutto sulla sofferenza e l’ostinazione del protagonista, uomo torturato, solo, tentato dalla disperazione, per
caricarlo più efficacemente di una dimensione eroica, facendone un vendicatore che, con la sua ostinazione, riesce a vincere le ingiustizie della giustizia internazionale. Personaggio molto amato dal cinema (…) ma che occupa anche uno spazio nelle nostre società, spesso diffidenti della giustizia ufficiale e intrise di rancore (…) c’è, per fortuna, la bravura di Daniel Auteuil, ammirevole nella scommessa rischiosa di dare un volto al personaggio. Misurato nei gesti, ma palesemente ‘abitato’ dall’assillo di André, l’attore riesce a essere allo stesso tempo empatico e inquietante, umanissimo e quasi detestabile. Un mix difficile da realizzare, ma che era l’unica possibilità per evitare l’equivoco dei giustizieri-fai-da-te alla Charles Bronson o alla Liam Neeson.

(Roberto Nepoti – La Repubblica – giugno 2016)

In un film asciutto e appassionante (…) Auteuil giganteggia dalla prima all’ultima sequenza. Ancora una volta, come ai tempi del film di Claude Sautet del ‘92, è
solo in apparenza e solo all’inizio del racconto un cuore in inverno che non ispira simpatia. Poi, dal momento in cui decide di portare sulle spalle, senza dividerla
con nessuno, la sofferenza legata alla morte atroce della sua bambina, Auteuil si trasforma e ogni suo gesto diventa imperdibile e toccante. (…) campione di una
recitazione che, per brillare, non ha bisogno di punti esclamativi (…)

(Fulvia Caprara – La Stampa – giugno 2016)